Scatto di Fabio Cardile nella sede Arcigay

Scatto di Fabio Cardile nella sede Arcigay

Fabio Cardile: alla scoperta della memoria LGBTQIA+ di Catania

In occasione del mese del Pride abbiamo intervistato Fabio Cardile per il suo lavoro di ricerca storica volta alla scoperta delle radici della comunità LGBTQIA+ catanese del secolo scorso, legate alle tappe presenti nel percorso Catania Arcobaleno.

In occasione del mese del Pride abbiamo intervistato Fabio Cardile per il suo lavoro di ricerca storica volta alla riscoperta delle radici della comunità LGBTQIA+ catanese del secolo scorso, di cui troverai alcune tappe nel percorso Catania Arcobaleno.

Fabio Cardile parla dell’importanza di far riaffiorare le storie dimenticate del nostro territorio

Responsabile della sezione “Storia & Memoria” di Arcigay Pegaso Catania, Fabio Cardile è un genealogista di professione che ha lungo indagato le vicende che hanno interessato i “quarantacinque iarrusi” che durante il regime fascista sono stati emarginati nelle Isole Tremiti per il loro orientamento sessuale.

CIAO FABIO, DOV’È NATA L’ESIGENZA DI RISCOPRIRE LA STORIA LGBTQIA+ CATANESE?

È iniziato tutto casualmente nel 2012 quando mi sono imbattuto in un romanzo che parlava di episodi, a me all’epoca sconosciuti, avvenuti a Catania nel periodo del fascismo nei confronti delle persone omosessuali. Amando la storia locale ed occupandomi per lavoro di ricerche storiche ho iniziato così ad approfondire la questione. All’epoca non facevo parte di nessuna associazione LGBTQIA+, successivamente qualche anno fa mi sono avvicinato ad Arcigay Catania. Oggi sono il responsabile “Storia & Memoria” dell’associazione ed è così nata l’esigenza di indagare non solo sugli avvenimenti del ventennio, ma anche su quelli di un passato più recente per ricostruire la storia del movimento LGBTQIA+ catanese con un particolare focus su Arcigay.

NEL PROCESSO DI RICERCA HAI RISCONTRATO DELLE DIFFICOLTÀ?QUALI?

In ogni ricerca ci possono essere delle difficoltà, ma l’importante è pazientare, non demordere e fare attenzione anche ai piccoli indizi. Per quanto riguarda i confinati omosessuali catanesi, ho riscontrato l’assenza quasi totale dai libri di storia locale che si sono occupati di fascismo, di confinati e di deportati. La memoria in questo caso però è stata occultata primariamente dagli stessi protagonisti che, per vergogna e paura di ritorsioni, ritornati in città hanno preferito nascondere il motivo del loro confino.

Per quanto riguarda la ricerca, ancora in corso, sul movimento LGBTQIA+ catanese sto notando che a volte i ricordi che si tramandano oralmente non trovano un supporto documentale adeguato e necessitano pertanto di ulteriori verifiche incrociate.

 

Per sapere di più visita le altre interviste a Cono Cinquemani, Bob Liuzzo e Vera Navarrìa per Catania Arcobaleno.