Massimo Schilirò e la sua Catania di carta
Citymap SiciliaAutore di “Catania di carta”
Quinto appuntamento con Giri di Parole
Abbiamo incontrato Massimo Schilirò, autore di “Catania di carta”, libro scelto per il quinto e ultimo incontro di Giri di Parole, club letterario itinerante organizzato da Citymap e dalla Libreria Vicolo Stretto.
Massimo Schilirò ci spiega come Catania di carta sia, a un tempo, una sorta di guida letteraria in cui gli itinerari “consigliati” sono citazioni di romanzi ambientati nella città etnea, e una topo-biografia su Catania e sulla sua vita reale e immaginifica…
Com’è nata l’idea di scrivere una guida-mappa letteraria sulla città di Catania?
Il romanzo è fin dalle origini, per sua natura, un genere soprattutto urbano. Spesso, prima che per i suoi personaggi e per la sua trama, un romanzo lo ricordiamo per lo spazio urbano che ha evocato, che ha costruito. Londra è Dickens, Balzac è Parigi, Pietroburgo è Dostoevskij. I miei editori, due giovani di Palermo che sono tra i protagonisti di un’editoria siciliana molto vivace, avevano lanciato una collana di mappe urbane dove i luoghi fossero marcati dalle tracce e dai transiti di personaggi letterari, da storie che avessero dato voce alla città, da narrazioni di autori autoctoni. La prima mappa, con molto successo, era stata quella di Palermo. Venne ovvio pensare subito dopo a Catania. Adesso ci sono anche Milano, Torino, Roma.
Come ha selezionato gli autori e i libri che cita all’interno del suo libro?
Nella prima mappa, erano trenta autori palermitani. Ho fatto lo stesso: trenta autori di romanzi, non di racconti né di opere teatrali; del Novecento; catanesi se non per nascita per anagrafe elettiva, o putativa. Quelli che sembrano i più grandi, da De Roberto ad Addamo. E i più nuovi, sui quali il giudizio sarà meno consolidato, più personale, certo, però penso che ci siano tutti.
“Catania di carta” è un susseguirsi di romanzi e di autori: ogni pagina descrive un luogo della città e un determinato momento storico. Le è capitato di percorrere gli itinerari letterari descritti dagli scrittori che ha scelto? Se sì, cos’ha provato?
Be’, io sono catanese, la via Etnea è carica di memoria letteraria ma per me che ho sempre abitato nel centro storico è soprattutto il percorso di tutti i giorni, legato a gesti come portare i figli piccoli a scuola, o fare colazione in un caffè, sempre lo stesso, o fare lo shopping. Ho abitato a due passi dal circolo dove Verga sedeva tutti i pomeriggi, ma quella era la strada di casa mia, non quella di Verga. Però è vero, certi luoghi li ho visti con altro occhio mentre scrivevo il libro. Ricordo che leggendo un romanzo mi accorsi che un certo vicolo, dal nome curioso di via dei Lumacai, traccia penso di antichi commerci oggi perduti, un luogo dove per il personaggio si coagula la minaccia e quindi anche l’eros perturbante della città, era il posto, che a giusto titolo reputavo quasi segreto, occulto ai più, dove tutte le mattine parcheggiavo facilmente la macchina prima di andare al lavoro. E poi c’è San Berillo. San Berillo, per me, è un luogo fittizio, tutto scritto. Di più, il centro oscuro, l’inconscio di Catania, il suo rimosso. Ci sono fantasmi a San Berillo, più che prostitute e spacciatori. E lo so, questo è il primo passo della sua turistizzazione che, infatti, in certe sue stradine e piazzette è già avvenuta. Ci vanno tutti con la macchina fotografica a San Berillo. Ebbene, Capuana pensava di potere fotografare gli ectoplasmi. Provateci davanti alla casa di Goliarda Sapienza, alla sua friggitoria e al suo cinema, chissà.
In “Catania di carta” si colgono le sue due nature, quella, scientifica, di studio, raccolta e individuazione, per ogni libro e per ogni autore, di un “volto e di un’anima” della città, e quella, immaginifica, in cui la parte letteraria delle citazioni estrapolate dai romanzi prende il sopravvento sul resto, catapultandoci dentro i libri da cui sono estratte. Potremmo definire “Catania di carta” una topo-biografia postuma della città etnea?
Una “topo-biografia” è detto benissimo. Ho pensato a questo mentre scrivevo questo libro, di lasciare parlare la città, di ascoltare la sua voce. Di leggere la sua memoria. Io sono solo un lettore. “Postuma”? Non so, spero che Catania non sia morta, che abbia ancora tanto da scrivere.
