Michela Gecele, una torinese innamorata di Catania

Abbiamo incontrato la scrittrice Michela Gecele con cui debutterà, il 14 febbraio, il primo club letterario itinerante di Catania, “Giri di Parole”.

Abbiamo incontrato la scrittrice Michela Gecele – autrice con cui debutterà, il prossimo 14 febbraio, il primo club letterario itinerante di Catania, “Giri di Parolea cura di CityMap Sicilia e della Libreria Vicolo Stretto – per farci raccontare il suo rapporto con la città etnea e per farci svelare qualcosa in più sulla sua ultima fatica letteraria, “Sant’Agata Atto Settimo”, oggetto del primo incontro del club.

Era un sabato pomeriggio di fine gennaio, c’era freddo ma non troppo, tanto che abbiamo deciso di sederci nei tavolini esterni del wine-bar “Razmataz” per fare merenda insieme. Caffè e dolcino sono prerequisiti fondamentali per iniziare a conversare con l’autrice che ha inventato il personaggio di Ada: una sociologa golosa con una passione smodata per le indagini. Leggendo il romanzo, si ha spesso la sensazione che Ada ci porti con sé in giro per Catania, nei luoghi degli omicidi/suicidi e delle tappe più importanti della festa di Sant’Agata.

A un certo punto, abbiamo pensato di essere sedute proprio con Ada e di stare vivendo alcune pagine del libro “Sant’Agata Atto Settimo”, visto che il wine-bar “Razmataz” ritorna spesso nel suo ultimo romanzo.

Grazie a questo incontro abbiamo toccato con mano la forza di questo progetto: parlare informalmente con l’autrice, disquisire di alcune scelte, dei personaggi, degli eventi, bevendo insieme e ripercorrendo con lei vie e posti di cui abbiamo letto, ha accorciato la distanza tra autore e lettore e ci ha fatto sentire delle “turiste” nella nostra città. Abbiamo guardato con occhi curiosi i palazzi, le strade, quasi a voler cogliere dei dettagli che la Gecele descrive e che i nostri occhi impigriti dalla miopia della quotidianità non ci lasciano più apprezzare.

Ma torniamo al nostro incontro con Michela e alla sua intervista… il resto lo vivrete voi stessi in prima persona il 14 febbraio 2019 dalle 18.30 in poi al Collage Boutique Bar di Catania.

Medico-psichiatra di formazione, scrittrice per attitudine: parlaci di te e delle tue “due” te.
Un’amica catanese una volta mi ha chiesto perché tutti gli altri medici che conosce fanno i medici e basta, mentre gli psichiatri dipingono, suonano, cantano, scrivono. 
Non ho risposto alla sua domanda, ma le sue parole hanno colto uno dei motivi della mia scelta verso la psichiatria.

Parliamo di una branca della medicina, ma anche di un sapere (o di un non sapere) che si occupa delle persone in senso globale, olistico, comprendendo qualsiasi manifestazione dell’umano. 
Sono psichiatra, quindi, e anche psicoterapeuta, psicoterapeuta della Gestalt.

E nell’orizzonte teorico gestaltico la creatività ha un ruolo importante, la creatività intesa come modo unico e prezioso, per ogni essere umano, di vivere la vita, di partecipare alla costruzione della società e del mondo.
Quindi non c’è davvero un’opposizione, una dicotomia, fra le due anime di cui stiamo parlando, fra la psichiatria – la psichiatria fenomenologica – e lo scrivere. Entrambe danno un contributo creativo alla vita e in entrambe troviamo la relazione, che sia con il paziente o con il lettore.

Un altro elemento comune è che c’è una cornice, ci sono ruoli e regole, ma all’interno di queste regole c’è un grande spazio di libertà e, appunto, di creatività. Parlo della struttura, del cosiddetto setting dell’incontro terapeutico e parlo delle regole classiche del giallo, quelle secondo le quali c’è un mistero che si disvela gradualmente, in un dialogo continuo con il lettore. Il lettore riceve le informazioni per risolvere il mistero, in una corretta sfida con chi scrive e con i protagonisti del libro. E questa struttura lascia un grande spazio libero, ai contenuti, ai luoghi, ai personaggi.

Una torinese che s’innamora di Catania, tanto da decidere di comprare casa e di trascorrere qui parte del proprio tempo. Raccontaci questo rapporto con la città etnea. Cosa ti piace di Catania, dei catanesi e di cosa non puoi più fare a meno di questa città?
Non so se sono innamorata di Catania, non so se lo sono stata. Sicuramente, c’è stato quello che chiamerei un riconoscimento, un sentirmi quasi subito a casa. Pur non avendo io molto senso dell’orientamento, a Catania fin dall’inizio sono riuscita ad orientarmi bene.

Dividerei la mia esperienza dei luoghi fra quelli che mi sono familiari e vicini e quelli che mi risultano più estranei e lontani. E questo è indipendente da quanto possano piacermi o interessarmi. Si tratta di una corrispondenza, di un sentirsi a proprio agio, di un sentirsi un po’ a casa. Questo è avvenuto con Catania. E ormai è casa, semplicemente, è parte di me. I luoghi fanno parte di noi e non possiamo davvero staccarcene. E quindi la domanda “in cosa non posso fare a meno di Catania” cambia e la mia risposta è che non posso e non voglio privarmi di una parte di me.

Per quanto riguarda i catanesi, non ne parlerei in generale, anche perché non amo gli stereotipi, anche se a volte scrivendo e lavorando, li attraverso. Ma posso pensare ad alcuni catanesi, alle persone che conosco, alle amiche e agli amici e, di nuovo, non vorrei fare a meno dei miei amici.
 Una cosa che amo di Catania sono i suoi racconti nascosti, la ricchezza di storie ed eventi che non hanno parole. Questo è uno dei fattori che mi spinge a scrivere. Non a caso il primo romanzo della serie Ada torte e delitti si intitola ” I fiumi sotto la città “, con riferimento ai reali fiumi sotterranei di Catania ma anche ai flussi di eventi personali e storici che l’hanno plasmata. Nel secondo romanzo, ” La spiaggia dei ricordi morti “, torno agli ‘60, allo sventramento di San Berillo, alla costruzione dei quartieri nuovi, di una città nuova. Una città rivolta al futuro, alla modernità. E nella trasformazione si perdono le tracce del passato. Un affascinante invito per chi scrive gialli.

Quanto c’è di te in Ada?
Questa naturalmente è una domanda che mi accompagna dal primo libro. Il mio rapporto con Ada ha una storia. All’inizio, quando ho iniziato il primo romanzo, ho dato per scontato che la protagonista sarebbe stata un mio alter ego, qualcuno di simile a me. Perché mi sembrava semplice. Allora ho dato ad Ada delle caratteristiche anche mie, come l’essere “straniera” a Catania – lei è berlinese, io di Torino – e l’avere una passione per i dolci.

Ingenuamente, pensavo che queste caratteristiche l’avrebbero resa automaticamente simile a me. Ma non è stato così. Quasi da subito ho scoperto che abbiamo molte differenze nel carattere, nella storia, nelle scelte, pur vivendo più o meno nello stesso ambiente, e Ada ha cominciato, se non proprio a essermi antipatica, a non piacermi molto. Non mi piaceva che avesse una sua vita autonoma, un carattere diverso dal mio, non sapevo bene cosa farmene.

Poi, fra il primo e il secondo libro, Ada ha cominciato a interessarmi, a piacermi. Addirittura, mi sono sorpresa ad essere io a volere assomigliare a lei. Ormai Ada fa parte della mia vita, nel senso che la considero quasi una persona reale – il quasi viene dalla mia parte psichiatra – una persona a me molto vicina.

Un altro capitolo sarebbe quello delle affinità con altri personaggi. Sicuramente, per aspetti caratteriali, abitudini o storia, mi sento vicina ad alcuni personaggi delle storie che racconto. Potrei nominare Rose e Lorenza, ma anche dei personaggi maschili, compreso quello di Aldo, il commissario. Un commissario molto catanese che compare in questo libro e in quella precedente e che sarà protagonista del prossimo romanzo.

Stai già lavorando al tuo prossimo romanzo? Sarà sempre ambientato a Catania?
Ho già anticipato nella precedente domanda il fatto che nel prossimo libro non sarà Ada la protagonista. Penso di prendere una pausa da lei proprio perché l’ultimo libro, ambientato durante la festa di Sant’Agata, è stato un po’ il culmine, almeno per ora, della serie Ada torte e delitti. 
E così Aldo, il commissario che vive al Fortino, un personaggio che compare sia in Le strade del gioco sia in Sant’Agata atto settimo potrebbe essere il protagonista del prossimo romanzo.

Catania è protagonista, tanto quanto Ada, dei tuoi romanzi. Nel tuo ultimo giallo, hai deciso di alzare la posta in gioco, descrivendo non solo la città ma anche la festa della sua patrona –Sant’Agata, tanto sentita e partecipata dai suoi cittadini. Da cos’è nata quest’idea?
Ho lasciato per ultima questa domanda perché le risposte alle altre compongono già un po’ questa risposta. È vero, ho alzato la posta in gioco. È stato impegnativo ma interessante e molto coinvolgente. La prima volta che sono arrivata a Catania era il 5 febbraio. E da allora il mese di febbraio è diventato per me un fulcro temporale, il punto di riferimento dell’anno.

Ma non avrei pensato di parlare della festa in un romanzo, di cercare di renderne la complessità, il fascino, l’energia. Ho iniziato a prendere in considerazione quest’idea per una quasi coincidenza temporale: anche il festival del cinema di Berlino è a febbraio e Ada Hartmann, la mia protagonista, è una berlinese che vive a Catania. Il cinema mi ha aiutato ad affrontare Sant’Agata, a immergermi nella festa mantenendo un appiglio esterno. E il cinema aiuta Ada, nel romanzo, a risolvere i misteri che si intrecciano alla festa, che la contaminano.