Castello Ursino

Cultura, Monumenti, Musei e siti storici
Piazza Federico di Svevia - 95121 Catania
095 345830

Lunedì a Venerdì dalle ore 9.00 alle 19.00
(ultimo biglietto alle ore 18.00)
Sabato e Domenica dalle ore 9.00 alle 20.30
(ultimo biglietto alle ore 19.30)

Accesso disabili
Bookshop
Visite guidate

Intero € 10,00
Ridotto € 7,00 (gruppi fino a 10 persone, over 65, ragazzi tra 11 e 18 anni, giornalisti)
Ridotto € 6,00 (universitari e bambini tra 6 e 10 anni)
Ridotto € 4,00 (per gruppi e scuole)
Gratuito (per bambini fino a 5 anni)

Costruito per volere di Federico II tra il 1239 e il 1250, il Castello Ursino nacque all’interno del progetto difensivo delle coste orientali siciliane e sorgeva su un promontorio circondato dal mare.
Il progetto dell’edificio fu ideato e realizzato per mano dell’architetto Riccardo da Lentini che decise di renderlo simbolo dell’autorità e del potere imperiale.

A causa dell’eruzione del 1669 la lava che scorreva a sud del castello, dove oggi c’è il quartiere “Angeli Custodi“, in direzione del mare, lo avvolse da ovest e da est con due bracci di magma, che colmarono i fossati e ne ridussero l’altezza “apparente” dal nuovo piano di calpestio, infatti le basi delle torri “a zampa di elefante” scomparvero alla vista e soltanto 20 anni fa sono state riportate alla luce.
La lava, che aveva un fronte di circa 800-900 metri, riversandosi nel mare a ridosso dell’edificio creò una striscia di terra ferma e da quel momento il Castello Ursino non fu più affacciato sul mare.

Nel XVI secolo divenne dimora temporanea dei Viceré, e parte della sua struttura fu adibita a prigione. I graffiti e le iscrizioni realizzate dai prigionieri sono tuttora visibili al piano terra dell’edificio, nonostante le numerose ristrutturazioni.

Nel 1934 fu restaurato con l’intento di riportarlo all’originale stile svevo (dove non fu possibile a quello rinascimentale), e divenne la sede del Museo Civico di Catania.

Il Museo riunisce le collezioni del Monastero dei Benedettini, parte di quella del principe Biscari, e parte di quelle donate ad esso dal barone Zappalà-Asmundo.